Una volta l’anno

Il rosa … non mi è mai piaciuto.

Mi fa venire in mente cuoricini e confetti e angioletti che svolazzano nell’aria mentre una melodia grondante miele si diffonde tutt’intorno.

Non fraintendetemi.

Io sono una romantica. Solo che lo sono nell’accezione più “tragica” del termine.

Amo il drammatico contrasto, la storia intensa, la musica ricca in toni minori.

I nastrini vezzosi li sopporto su un bel ritratto dalla forte pennellata di Tiziano, o se fanno capolino tra le ombre luminose di Tintoretto, o ammiccano nell’allegra malizia di Veronese.

Ma il rosa …

Il primo pittore che me lo ha fatto tollerare è stato Tiepolo.

E Tiepolo è una cosa a parte. Se lo avete vissuto – perché Tiepolo si può solo vivere, non serve a nulla vederlo e basta – almeno una volta nella vita sapete di cosa sto parlando.

Per il resto, no. Vi prego.

Datemi l’azzurro, il nero, il crema o il rosso. Sopporto persino il giallo.

Tutto tranne il rosa.

L’unica sospensione in questo mio atteggiamento antifemminile, me la prendo tra ottobre e novembre, e solo per un quadro.

Certo, ho un debole per il malinconico crema di Chiarani, una cotta per l’azzurro lilla dei cieli tersi di Carnevali, una infatuazione per le atmosfere romantiche e suggestive di Cavedon. Sono incantata dall’oro regale e dai toni forti di Censini e dalla tenebrosa bellezza dei colori di Tosolini, e dal chiarore sorprendente del celeste di Di Lazzaro. Aspetto con ansia il colore che graffia come vento secco di Fedeli, e il nitore dei sassi e delle spiagge di Scola, impazzisco per i fiori di Liberalesso e per il tocco a punta di pennello di Vitali. Mi sciolgo alla vista della materia di Mazza e vengo scossa dalla potenza oscura della ricerca di Casagrande. Ogni anno mi chiedo se arriveranno, e mi preoccupo se non riconosco questo o quello. Mi intristisco quando vedo un altro astratto di Trevisan perché amavo profondamente i suoi paesaggi da favola. Mi rallegro nel vedere l’evoluzione di Baldassin e la forza sicura di Vettoretti. Scopro pitture nuove, a cui affezionarmi a volte con una sorprendente facilità, come quella di Cestari, che mi aveva colpito così tanto due anni fa e che ora risucchia la mia anima in un blu che non avrei mai pensato di poter amare.

Insomma, è sempre con un senso di anticipazione che aspetto la mostra. Perché vi trovo cose usuali e diversissime insieme. L’unica anomalia, nel mio personale eden estetico, e la cosa che costituisce l’eccezione alla regola, è la pittura di Nannucci. Perché è il rosa, che aspetto da lui.

L’unico rosa che apprezzo. L’unico che mi affascina, mi seduce, mi fa dimenticare che quel colore, io lo detesto.

La favola silenziosa scivola tra le curve e le linee, modellandosi nel colore troppo intenso per essere declassato a “rosa”, soddisfacendo il mio animo romantico in modo talmente shoccante da scuotere le mie certezze.

Guardando la foto, probabilmente vi chiederete se sono cieca.

In effetti il quadro non è di per sé molto rosato. È l’impressione che lascia piuttosto che è tale.

La lettura del quadro parte in basso a destra, con un primo piano … crema. Dei fiori dal morbido cuore si intrecciano furiosamente in un turbinare di linee che portano il crema a mutarsi in un rosa quasi rosso mattone che si arrampica salendo e scendendo. Su e giù, attraverso una natura fatta di quadri e strisce. Rosa e turchese, e crema e nero, e celeste e marrone, in una convulsione frenetica di colore e linee, di forme e oggetti che si accalcano e rotolano uno sopra l’altro, come se fossero ansiose di farsi notare per prime.

Le diagonali si moltiplicano, le forme si fanno e disfanno, le ombre diventano esse stesse oggetti che richiedono l’attenzione in un crescendo di gloria coloristica.

E improvvisamente, questa furia vorticosa … diventa paesaggio.

Tranquillo, sereno. Azzurro e lilla.

Il contrasto tra il primo e il secondo piano è così sorprendente da lasciare confusi.

Stonerebbe, se non fosse per il rosa. Che penetra e unisce l’uguale al diverso.

È per questo che per due mesi all’anno io amo il rosa.

Solo per questo quadro che aspetto con impazienza, solo per questo autore che ha compiuto questo miracolo nel mio gusto altrimenti piuttosto cocciuto.

Sigfrido Nannucci – Certaldo (FI) – Interno dallo studio
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