Vivere il quadro

 

Cavedon Giampietro; Interno in controluce

 

Perdersi nella nebbia e ritrovarsi in un sogno antico.

La sensazione è così forte da farti girare la testa e provare l’urgente desiderio di accertarti di non indossare vestiti strani. Sbirci le persone vicine a te che stanno commentando con aria rapita questo o quel quadro, per assicurarti che non ti stiano fissando, poi abbassi gli occhi.

In mano non hai un ombrellino per il sole tutto traforato di pizzo. Una borsetta assolutamente inutile ti pende dal braccio, ma non è di velluto e non è chiusa da un laccetto sfizioso.

Per sicurezza controlli.

Sì. Le chiavi della macchina, il portafoglio, il lucidalabbra sono lì con un altro centinaio di cose inutili che solo Dio e le altre donne sanno come fanno a stare in una borsa che fatica ad essere più grande della tua mano. Indossi scarpe da ginnastica, jeans, un maglione a collo alto e un pile sopra perché fa veramente freddo. I tuoi capelli sono corti. Sei truccata leggermente.

Sei una qualsiasi persona di sesso femminile che vive nel ventunesimo secolo.

Perché allora ti ritrovi a spostare il peso del corpo da un piede all’altro, a disagio? Perché non sospiri di sollievo rassicurandoti che la tua reazione è solo uno scivolone psicologico e non sei pazza? Perché dopo un attimo ti ritrovi seccata con il mondo per essere quello che è e incroci le braccia?

Desidereresti indossare un sontuoso vestito di velluto verde bosco scuro, con pizzi bianchi attorno ai polsi e un cappellino sfizioso con lunghe piume che ballonzolano dietro di te. Vorresti guardare il mondo da dietro un velo delicato, vorresti sulle mani la sensazione di guanti di pizzo, ai piedi scarpe fatte a mano e attorno alle costole l’oppressiva stretta di un busto di stecche di balena.

Ritrovi la compostezza.

Una signora non fa movimenti inutili e ineleganti. Non si imbroncia, non aggrotta le sopracciglia. Una signora è superiore a certe cose e non mostra quello che pensa a chiunque.

È così che hai sempre immaginato una donna dell’ottocento.

Componi le mani ordinatamente davanti a te e riprendi ad osservare quello che ti ha fatto venire strani e antifemministi desideri. La prima cosa che vedi è di nuovo la nebbia. Però non è nebbia sorda e fredda. È spazzata da una tiepida aria che la fa apparire più simile a pelle di camoscio, così sottile che ci si può vedere attraverso. Sembra che qualcuno abbia deciso improvvisamente di sollevarla, e nel farlo abbia irritato l’aria che se ne stava pacificamente accoccolata sopra.

Sotto la coperta di pelle, una stanza.

La stanza che ti ha fatto raddrizzare la schiena, che ti ha fatto pensare di essere in qualche modo sbagliata. La stanza che ti ha fatto desiderare di poter essere raggiunta facendo un passo in avanti.

Un tavolo dalle gambe inarcate e dal piano dal tenero rosa antico, sulla cui superficie qualcuno ha negligentemente appoggiato un abito grigio argento, taglia ad angolo la camera rompendo la simmetria e l’ortogonalità della scena. La cassettiera sul fondo con sopra la specchiera spezza assieme alla lampada a muro e il quadro che sembra essere esso stesso uno specchio la cremosità del muro. Ti volti, convinta di trovare il paesaggio che sta riflettendo, dietro di te. Ti rigiri verso il quadro. Non vuoi perdere l’illusione di essere parte della visione.

Ti aiuta il caldo marrone sulla sinistra che si allunga sul pavimento, corre sulla travatura in legno antico e ti abbraccia e ti trascina di nuovo dentro. Poi incontri la luce di quella che pare la porta per il paradiso. Che ti avvolge e ti invita a osservare ancora e ancora, e ad immergerti più in profondità. La sua luce, che ha trascinato via la pelle, bagna con calde sensazioni tutti i mobili facendoli brillare tra le tenebre brune.

La scena da favola è resa più viva e reale dagli sprazzi di bianco che sottolineano le volute del lampadario e del mobile d’angolo che si fa notare solo per questo. Timidi accenni accentuano qua e là un particolare, un soprammobile o una luce che si è fatta distratta e rinnovano e danno movimento ad un’oscurità sonnecchiosa.

Sorridi e allunghi la mano.

Le tue gonne producono un fruscio delicato nel spostare la nebbia facendola uscire dalla porta luminosa e creando sbuffi dietro di te. L’anello che porti sopra il guanto di pizzo gratta gentilmente sulla superficie del tavolo rosa.

Ti porti davanti agli occhi l’abito lungo di seta, ricordando la sensazione morbida che ti ha dato sulla pelle, e il freddo che non potevi dimostrare. Accarezzi lo specchio, osservando il riflesso della tua mano rompere la perfetta immagine bucolica. I tacchi ticchettano seccamente sul legno del pavimento. Pensi che l’armadio è troppo piccolo per i tuoi abiti. Forse dovresti comprarne uno nuovo, magari con delle linee più decise e meno arcuate. O forse no. Ti piace la dolcezza del legno che sembra accarezzare con i propri profili curvi l’aria, più che farsi accarezzare da essa.

Ti affacci alla portafinestra dopo aver riposto l’abito di seta osservando il prato autunnale, considerando spassionatamente che dovresti dire al giardiniere di raccogliere le foglie che hanno creato un tappeto rosso e giallo sopra il verde dell’erba. Inclini il capo, togliendoti il cappellino. I capelli ti fanno male, stretti nella crocchia, e desidereresti solamente scioglierli e massaggiarti il cuoio capelluto. Fai un sospiro non troppo profondo e ti chini con attenzione e cautela a raccogliere una foglia rosso scuro. C’è stato del vento qualche ora prima, che ha sconvolto il quieto vivere della natura autunnale.

Ti senti ribelle. Decidi che lascerai le foglie a rallegrare la tristezza della terra. Solo davanti alla terrazza di quella stanza. Puoi concederti almeno questo, no?

Il respiro di prima era un po’ troppo profondo, e le stecche ti si stanno conficcando nella carne.

Raddrizzi la schiena e ti domandi quando le donne potranno bruciare quegli strumenti di tortura. Temi che la risposta sarà “mai”. Ti guardi intorno per essere sicura di essere sola, poi sospiri leggermente per non provocare altre dolorose reazioni del busto che sei sempre stata convinta sia cosa viva e sadica.

Un suono estraneo ti fa sobbalzare.

Abbassi gli occhi. Qualcosa sta producendo quella musica sgraziata. Qualcosa nella tua borsa.

La apri.

Il cellulare.

Sorridi.

Ti volti dando le spalle al sogno incredibilmente reale che stavi vivendo, e rispondi. Il tuo passo è elastico nelle scarpe da ginnastica. Gesticoli e ridi a voce alta per la gioia.

Prima di uscire, mentre nessuno fa caso a te, ti giri di nuovo verso il quadro che ti ha catturata e sorridi complice. Una cameriera ha ritirato fuori l’abito di seta. Forse doveva essere lavato, tutto sommato. Inspiri profondamente l’aria ringraziando l’emancipazione femminile e fai una foto al quadro con la fotocamera del telefono. Apri la porta per uscire. La visione sarà lì la prossima volta che desidererai vivere una vita diversa dalla tua. Come prova della tua esperienza fantastica, avrai la foto che ha catturato il movimento quasi inesistente di una gonna nera tra la luce del giardino autunnale e la foglia rosso scuro che stringi in mano.

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